L'immunoterapia con Nivolumab associata a nab-Paclitaxel come alternativa alla chemioterapia standard per il tumore alla vescica muscolo-invasivo
L'immunoterapia ( Nivolumab ) associata alla chemioterapia ( nab-Paclitaxel ), potrebbe essere una promettente alternativa di cura per i pazienti con tumore alla vescica muscolo-invasivo che non possono assumere il Cisplatino, la chemioterapia di riferimento.
Circa il 50% dei pazienti con tumore alla vescica muscolo-invasivo non può essere trattato con Cisplatino perché presentano un’insufficienza renale, preesistente alla patologia, o altre patologie neurologiche o cardiologiche in contemporanea.
Per queste persone non poter assumere il Cisplatino significa dover rinunciare alla cistectomia, la rimozione chirurgica della vescica, e quindi interrompere le cure.
Diversi anni fa era stato studiato l’effetto di nuovi farmaci, in particolare gli immunoterapici, per il tumore alla vescica muscolo-invasivo, in alternativa alla chemioterapia.
Nello studio PURE-01, era stata valutata l’efficacia del pembrolizumab come terapia neoadiuvante, assunta quindi prima della rimozione chirurgica del tumore per ottimizzarne l’efficacia. I risultati avevano mostrato che i pazienti trattati con l’immunoterapia potevano ottenere una risposta completa, ovvero l’assenza di cellule tumorali all’esame istologico, dopo la cistectomia.
Nello studio di fase II NURE-Combo è stata valutata l’efficacia della combinazione del Nivolumab, un anticorpo anti-PD-1, associato a nab-Paclitaxel, un chemioterapico somministrabile anche ai pazienti non-idonei al Cisplatino.
Nello studio sono stati coinvolti 31 pazienti con tumore alla vescica muscolo-invasivo che non potevano essere trattati con Cisplatino. Nel corso del tempo, tutti i pazienti sono riusciti a terminare la terapia neoadiuvante con la nuova combinazione ed essere sottoposti a cistectomia. Una ventina di loro ha continuato anche la terapia adiuvante con il Nivolumab, mentre 9 pazienti hanno dovuto interrompere a causa di effetti collaterali, complicazioni chirurgiche o progressione del tumore. A 12 mesi dall’inizio della terapia, circa il 90% dei pazienti era vivo e non presentava complicazioni o ricadute della malattia.
E' necessario tuttavia un più lungo tempo di osservazione. Per essere certi dell’efficacia di questa combinazione bisognerà attendere i dati sulla sopravvivenza globale. Servirà inoltre condurre uno studio comparativo randomizzato, in cui i due gruppi di pazienti da trattare con la cura sperimentale o con quella di riferimento siano selezionati in modo casuale, al fine di poter ottenere un più obiettivo paragone dei risultati. ( Xagena_2024 )
Fonte: Journal of Clinical Oncology, 2024
XagenaMedicina_2024